Vai al contenuto

Le Esperienze della Magie Dévoilée — Gli Schemi di du Potet

Da Wiki Progetto di Ricerca Metodo Paret.

Le esperienze della Magie Dévoilée raccoglie, con gli schemi originali disegnati nel libro, le principali esperienze pratiche descritte da Jules Denis du Potet de Sennevoy nella sua opera La Magie Dévoilée, ou Principes de science occulte (1852). Sono le dimostrazioni che du Potet tenne nelle sue «conferenze della domenica» davanti a un pubblico numeroso, e che egli considerava la prova che «il magnetismo è la chiave della scienza occulta di tutti i tempi e di tutti i paesi».

Le figure riprodotte in questa pagina provengono dall'edizione originale (pubblico dominio) e sono i disegni con cui du Potet mostrava la disposizione delle linee e dei segni tracciati sul pavimento. Per la sintesi del libro e la sua tesi (magnetismo = magia) si veda La Magie Dévoilée — Magnetism and Magic.

Le linee magiche (Lignes magiques)

Il gruppo di esperienze più celebre. Du Potet traccia col gesso, sul pavimento, alcune linee «con intenzione magnetica»: non magnetizza il soggetto né lo tocca, agisce solo il fluido depositato sulle linee. È ciò che il Dr. Paret chiama il «telegrafo magico».

Prima esperienza: le due linee e la spirale-precipizio

Lo schema originale di du Potet: le due linee di gesso (da A a B), lo spazio C e la spirale D, che «figura convenzionalmente un precipizio».

Due linee di gesso sono tracciate sul suolo e, alla loro estremità, separata da uno spazio C, si trova una spirale D che «figura convenzionalmente un precipizio». Il soggetto, «giovane e robusto», è posto sveglio al punto A, un piede su ciascuna linea. Du Potet «non lo magnetizza affatto e lo lascia completamente libero di obbedire o di resistere». Il soggetto resiste; ma presto «un tremore convulsivo» sale dalle gambe a tutto il corpo, «gli occhi diventano brillanti, vitrei, fissi», e comincia a camminare sulle linee «senza poterle lasciare, deviare, evitare». Un «potere dominatore o fascinatore lo attira» fino in fondo, dove il magnetizzatore ha voluto che esistesse il precipizio: avvicinandosi all'abisso immaginario «si corica e striscia», cerca di aggrapparsi «conficcando le unghie nelle fessure del parquet», la respirazione «ansante, rantolante». Du Potet pone fine alla scena facendo portare via il soggetto, che riprende i sensi solo in una stanza vicina, in un «sudore freddo» e senza ricordo di nulla.

Seconda esperienza: il labirinto e il triangolo

Lo schema della seconda esperienza: il percorso sinuoso fra le linee (punti A, B, C) fino al triangolo E.

Di nuovo due linee tracciate «con volontà determinata», ma con un triangolo E a una delle estremità. Il soggetto, sveglio, è posto coi piedi nello spazio fra le due linee, abbastanza distanti da camminare senza toccarle, «abbandonato alla sola azione del fluido». È presto «attirato in questo piano di cui non può varcare i limiti», che gli appaiono «come muraglie contro cui urta ora a destra ora a sinistra». Seguendo la linea punteggiata arriva al punto A, dove «la punta dei piedi urta la linea magica senza poterla varcare»; un brusco movimento lo fa deviare fino ai punti B e C, dove si ferma «coi piedi come inchiodati e il corpo oscillante». Giunto in fondo (D) trova l'uscita chiusa dall'apertura del triangolo E e «fa i più grandi sforzi per superare l'ostacolo», con «una sorta di disperazione e di paura». Altre quattro persone, nelle stesse condizioni, obbediscono allo stesso modo, «con differenze solo d'intensità».

È qui, dice du Potet, che «comincia la magia»: per far uscire i soggetti dal labirinto, «l'aderenza dei loro piedi al suolo» è tale che «un solo uomo non può romperla», ne occorrono parecchi; e una volta allontanati, «i loro piedi sono di nuovo attratti verso le linee», sicché bisogna portarli via «evitando la vicinanza del piano» verso cui tendono di continuo.

Terza esperienza: la linea bianca, la linea nera e i segni X e O

Lo schema della terza esperienza: la linea bianca (A-B) termina con un livello N, la linea nera (D) con un serpente S; le due stelle X e O sono tracciate «senza intenzione magnetica».

Du Potet «tenendo il gesso con una mano e il carbone con l'altra, traccia sul parquet due linee diritte, parallele, una bianca e l'altra nera», lunghe circa tre metri. All'estremità B della linea bianca «è disegnato un livello N»; la linea nera termina «con un serpente S»; e «due stelle di gesso, X e O, sono tracciate senza intenzione magnetica», a uguale distanza dalle linee. È la prova che agisce l'intenzione del magnetizzatore, non il disegno in sé: il soggetto subisce le contrarietà del tracciato voluto, mentre i segni neutri X e O non hanno azione.

Lo specchio magico (Miroir magique)

Il disco annerito col carbone sul pavimento: lo «specchio magico».

Du Potet dichiara apertamente: «Noi crediamo alla magia», e racconta «una serie di esperienze curiose» fondate sulla sola «forza psichica che esiste in noi», senza l'aggiunta di alcun altro agente. Aveva intuito che il magnetismo possedeva proprietà ignote: che il potere «esercitandosi attraverso le muraglie, poteva afferrare l'uomo che ignorava il suo pensiero e dominarlo come in sua presenza»; e che era possibile «la comunicazione dei pensieri, senza parola né segno».

Lo specchio magico è un disco tracciato e annerito col carbone sul pavimento — «in pieno giorno, su un parquet che non ha ricevuto alcuna preparazione». Il soggetto che vi fissa lo sguardo per qualche minuto ha, per «una penetrazione intuitiva», visioni di «ciò che lo interessa, come se fosse nell'estasi o nel sonnambulismo più avanzato, pur restando libero delle sue facoltà». Du Potet sottolinea che il soggetto poteva essere «un estraneo chiamato sul posto, che non aveva mai sentito parlare di magnetismo»: la qual cosa, secondo lui, escludeva l'obiezione dell'immaginazione e della suggestione. In una variante, ricoprì lo specchio con terra proveniente da un antico sito druidico: il soggetto ebbe la visione di cinque vittime sacrificate, e in quel luogo, riferisce, furono effettivamente trovati cinque scheletri.

I cerchi e i segni magici

Nell'ultima parte del libro («Principes et secrets», «Corollaires») du Potet riproduce i segni della tradizione magica antica, che ricollega alla stessa forza delle esperienze precedenti.

Per du Potet questi segni non hanno potere in sé: sono supporti dell'intenzione e della volontà del magnetizzatore, lo stesso principio che agisce nelle linee tracciate sul pavimento.

Il significato per la fascinazione

In tutte queste esperienze l'elemento comune è che du Potet non tocca e (nelle linee) non magnetizza direttamente il soggetto: agisce un'intenzione formulata e «depositata» nello spazio. Il Dr. Paret legge in questo un precursore diretto della fascinazione come «potere dell'occhio e dell'intenzione»: la stessa azione a distanza, senza contatto, che Donato porterà sul soggetto sveglio.

Intenzione e presenza

Al fondo di queste esperienze vi è il concetto di intenzione e di presenza. Le linee e i segni, di per sé, non hanno potere: du Potet stesso lo dimostra con i segni neutri X e O, tracciati «senza intenzione magnetica», che non producono alcun effetto. Ciò che opera è l'intenzione dell'operatore, esercitata entro uno spazio di attenzione e di presenza: è in quel campo che l'azione agisce in modo sottile, senza contatto e senza parola.

Questo principio — l'intenzione che opera nello spazio di presenza dell'operatore — è in parte affine a ciò che avviene nell'ipnomentalismo e nell'ipnosi sottile della Scuola Paret-ISI-CNV, dove l'effetto non nasce da una procedura meccanica o da un comando esplicito, ma dalla qualità della presenza e dell'intenzione dirette verso il soggetto. La Magie Dévoilée ne offre, in forma ottocentesca e «magica», una documentazione anticipatrice.

Fonti

Le figure provengono dall'edizione originale di du Potet, La Magie Dévoilée (pubblico dominio). Testo e immagini: originale su Internet Archive · copia PDF (Drive ISI-CNV). Estratti verificati nel dossier ISI-CNV.

Voci collegate